martedì 17 aprile 2007

lettera di una testimone

Riporto solo il finale di una lunga ed esilarante lettera di resoconto sul giorno del mio matrimonio (inviatami dopo essere sopravvissuti ad una incredibile esplosione della cucina nuova la mattina seguente al rientro dal breve viaggio di nozze) dove improvvisamente il tono cambia...

"...un’ultima considerazione, ma qui mi gioco tutta la mia reputazione da “dura” e da donna emancipata, allergica ai facili sentimentalismi.

Verso sera, mentre voi eravate impegnati nelle ultime fotografie, sono uscita a prendere una boccata d’aria. Forse non tutti l’avranno notato e non si saranno nemmeno soffermati a contemplarlo, ma c’era un tramonto veramente splendido ed emozionante. Il cielo si era tutto acceso di rosso e creava un contrasto affascinante con le figure nere che si stagliavano su di esso, soprattutto con quel pino già di per se avvolto di un particolare carisma. Più in alto brillava un’esile falce di luna nel blu cristallino che solo il primo sopraggiungere della notte possiede. Ebbene, sarà stata questa visione di disarmante bellezza a farmi abbassare per un attimo le mie solite barricate e a far nascere nella mia mente pensieri che, ti assicuro, non mi sono abituali. Vedi, ognuno immagina il giorno del proprio matrimonio in maniera diversa ed originale, ed è sicuramente un’esperienza che ciascuno vive, sia nell’esteriorità, sia interiormente, in modo assolutamente unico ed irripetibile. Ma una cosa auguro prima di tutto a me stessa e poi a tutti coloro che si accingono a fare questo passo così importante: che si legga nei loro volti quella stessa convinzione e quell’intima gioia che illuminavano i vostri volti in quel giorno così speciale.

Vi abbraccio entrambi,

Daniela

P.S.1: Mi spiace molto per l’inconveniente del gas, ma cercate di vedere il lato positivo della cosa: pochi altri possono affermare di aver avuto in inizio di convivenza così … esplosivo!!

P.S.2: Spero che abbiate apprezzato il mio poderoso sforzo storiografico e, se sono stata troppo cattiva … beh …PEGGIO PER VOI!! Dovevate sapere a cosa andavate incontro, scegliendomi come testimone!!"

giovedì 12 aprile 2007

mi vanterò ben volentieri della mia debolezza

Avevo 17 anni quando ho avuto un cancro, trattato prima con radioterapia, ma recidivato dopo 2 anni e, quindi, dopo aver ripetuto tutti gli accertamenti, con 7 cicli di chemio. Un'esperienza dura, che mi ha segnato parecchio, ma che ha permesso di interrogarmi a lungo con le fatidiche domande sul senso della vita. Non ho incontrato lì Dio per la prima volta, ma a 14 anni, quando Lui mi ha chiamato in un cammino di fede. Voleva proprio me! L'ho capito un po' dopo. Infatti non avevo nessuna voglia di andare a quelle catechesi, ma mia madre riuscì a convincermi ad accompagnare una persona che aveva deciso di riavvicinarsi alla Chiesa Cattolica e pensavo di non averne alcun bisogno io! Venni tuttavia attirata dalla stoltezza del Kerigma, annunciato da un'equipe di catechisti, irradianti PACE e GIOIA, anche se quella persona non ne volle sapere più. Da quell'incontro con Gesù Cristo Risorto iniziò a prendere luce tutta la mia storia. Cominciai a vedere che era stato tutto buono per me, anche se fino ad allora mi ero disperata per ogni incomprensione in famiglia e per qualsiasi difficoltà. So di essere proprio una vigliacca, una grande fifona e per questo posso affermare con certezza che non avrei mai potuto sopportare certe sofferenze, se Lui non fosse stato accanto a me per renderle preziose. Lo so, è difficile capire subito cosa ci possa essere di buono in un cancro o in qualsiasi altra sofferenza, ma a me è servito per gustare il dono della vita.
La mia sorella maggiore, medico, era entrata con me in questo cammino di fede insieme al marito, medico anche lui, quando aveva da poco avuto il primogenito di quelli che saranno ben ...9 figli!
Penso che loro mi abbiano "contagiato" la voglia di bimbi che è nata in me, desiderando di sposarmi con il mio amato M., ma non era detto che ne potessi avere, anche per via della chemio. Invece ho festeggiato il mio primo anniversario di matrimonio con la mia primogenita, nata con un parto naturale ed anche gli altri non si sono fatti aspettare molto, nonostante io sia stata cesarizzata per la nascita del secondo, del terzo, del quarto, del quinto e del sesto figlio!
Durante la terza gravidanza mia madre rimase quasi del tutto paralizzata e a nove mesi dalla nascita del quarto figlio, la portai a casa mia. Si è alternata a casa dei figli per undici anni, ma senza aver avuto dieci secondi di disperazione fino alla sua nascita in cielo il 28 giugno 2006.
A lei spero di dedicare al più presto un intero post!

mercoledì 11 aprile 2007

Tra genio femminile e vero femminismo


Intervista all'autrice del libro "La donna a una dimensione”

ROMA, mercoledì, 7 marzo 2007 (ZENIT.org).- In questa intervista a ZENIT, Alessandra Nucci, autrice del libro "La donna a una dimensione. Femminismo antagonista ed egemonia culturale" (Marietti, 2006, pagg. 256 pagine, Euro 18), critica il femminismo che vuole cancellare il ruolo di madre e moglie, e indica nel genio femminile la via per la vera emancipazione.

Nel suo libro pubblicato accusa un certo femminismo di aver stravolto la condizione naturale della donna. Ci spiega il perché e come sarebbe avvenuto questo stravolgimento?

Nucci: Io accuso un femminismo d'élite di essersi appropriato delle giuste istanze delle donne per portarle a sostegno della costruzione di una cultura “antagonista”. Si tratta di una strumentalizzazione ideologica le cui radici si possono rintracciare fin dall’800, ma che negli anni Novanta ha trovato uno sbocco e una copertura nella teoria “di genere”, una riformulazione dell’antropologia di cui la maggior parte delle donne non sentiva il bisogno.

Lei sostiene che queste forme di rivendicazioni si collegano alla destrutturazione della famiglia da una parte e alle politiche demografiche e di riduzione delle nascite dall’altra. Può illustrarci questo passaggio del suo pensiero?

Nucci: Il genere impone un concetto di uguaglianza che in realtà porta all’uniformità, e si traduce pertanto in un indebolimento delle appartenenze e delle identità che formano la famiglia. Sono passaggi che risultano visibili in particolare se si segue l’evolversi delle conferenze e delle convenzioni dell’ONU. La Conferenza del Cairo del 1994 doveva occuparsi di popolazione ma ha visto una massiccia partecipazione femminista intenta a rivendicare i propri “diritti riproduttivi”, intesi come il diritto a non avere dei figli.

L’anno dopo, le stesse componenti hanno agito sulla Conferenza sulla donna a Pechino per ufficializzare, con abili strategie di organizzazione del “consenso”, la ri-definizione della parola “genere”. Si tratta di una conquista del territorio culturale, palmo per palmo, che poi si riversa sulla cultura mondiale, tramite un sistema ormai piramidale di enti e organismi, governativi e non, risalenti all’ONU, che hanno assunto tutti una componente educativa, e di cui la maggior parte di noi non sospetta neppure l’esistenza.

Tra le correnti culturali che lei indica come decisive in questa destrutturazione delle identità, vi è l'eco-femminismo, che lei sostiene essere un tentativo di favorire forme di panteismo neopagano. Può dirci qualcosa al riguardo?

Nucci: L’alleanza fra femminismo e ambientalismo si è formalizzata alla Conferenza mondiale di Rio de Janeiro su Ambiente e Sviluppo del 1992. Qui erano presenti decine di delegazioni femministe, che riuscirono a inserire nei documenti finali copiosi riferimenti alla condizione della donna. In questo modo, da questa conferenza che per la prima volta ha espresso una visione del mondo biocentrica, l’uomo è andato ponendosi sempre di più allo stesso livello della flora e della fauna, mentre alla donna è stato dato il ruolo di guardiana della natura, con la quale avrebbe in comune la capacità di dare la vita e la sorte di vittima della società patriarcale.

Il paradosso è che è proprio l'ambientalismo che confluisce nel panteismo New Age, e che ha per sacerdotesse le donne dedite alle filosofie orientali, ad avere diffuso la cultura che vuole oggi che sia tutto "naturale" e "olistico", dalle patate all'educazione. Però quando si tratta della naturale fisiologia della donna, ogni mezzo è lecito e opportuno per scorporarne la maternità e manipolarla con mezzi artificiali.

Queste teorie si sono innestate nel terreno già dissodato da una parte della teologia femminista, che nelle sue forme più estreme ha dato luogo a formazioni neo-pagane, e che tanto ha contribuito allo svuotamento dei conventi americani a partire dalla fine degli anni Sessanta.

In un capitolo del suo libro lei sostiene che la Chiesa non rifiuta in toto il femminismo, ma fa un ben preciso discernimento. Cosa intende?

Nucci: Mentre nella cultura “dell’accusa” in cui viviamo oggi le diversità sono esaltate per contrapporle, la Chiesa vede nelle differenze qualcosa che conduce alla relazione. E’ quanto scriveva il Santo Padre Benedetto XVI nella sua Lettera ai vescovi sulla collaborazione dell’uomo e della donna nella Chiesa e nel mondo, uscita nel 2004 quando era Prefetto per la Congregazione per la dottrina della fede. Sulle orme degli scritti di Papa Wojtyla, anche la Lettera ai vescovi metteva in luce il fatto che esistono valori e un “genio” distintamente femminili. Ma è fin da quando Paolo scrisse “non c’è più né uomo né donna” (Gal 3,27-28), che la Chiesa ha sempre affermato la parità fra i sessi, depurata della rivalità.

La storia e i documenti stanno ad attestare inoltre che non è nemmeno vero che celebri la donna solo se moglie e madre. Il solo fatto, infine, che per la Chiesa il modello di perfezione per tutti, maschi e femmine, sia una donna, Maria di Nazareth, dovrebbe essere prova sufficiente che il cattolicesimo è pro-donna per definizione. Per fortuna, se il lessico antagonista piega tutto alla tesi dell’oppressione patriarcale, oggi sono in maggioranza, anche se non fanno chiasso, le teorie femministe che valorizzano nella donna proprio questa grande propensione alla relazionalità.

sabato 7 aprile 2007

“Siete la speranza di un mondo più umano”, dice alle donne il predicatore del Papa
Nella sua omelia nella celebrazione della Passione del Signore, presieduta da Benedetto XVI

CITTA’ DEL VATICANO, venerdì, 6 aprile 2007 (ZENIT.org).- Vengono chiamate “pie donne” ma sono state autentiche “madri coraggio” quelle che hanno accompagnato Gesù nella sua Passione; proseguono la loro opera molte donne dalle quali dipende la speranza del mondo, ha riconosciuto questo Venerdì Santo di fronte al Papa il predicatore della Casa Pontificia.

Un autentico canto alla virtù della donna: è stata questo l’omelia di padre Raniero Cantalamessa, OFM Cap., pronunciata durante la celebrazione della Passione del Signore, che Benedetto XVI ha presieduto nella Basilica vaticana.

Dando per scontato il ruolo fondamentale della Madre di Gesù al momento della Passione di suo Figlio, il predicatore del Papa ha invitato a concentrarsi sulle donne che hanno accompagnato il Maestro, sfidando il grande pericolo di mostrarsi in pubblico a favore di un condannato a morte.

“Le chiamiamo, con una certa condiscendenza maschile, ‘le pie donne’, ma esse sono ben più che ‘pie donne’, sono altrettante ‘Madri Coraggio’!”, ha affermato padre Cantalamessa; sono le uniche che non si sono scandalizzate di Gesù.

Le “pie donne” sono le prime a vedere il Risorto e a loro è stata affidata la missione di annunciarlo agli apostoli, ha ricordato.

“Perché le donne hanno resistito allo scandalo della croce? Perché gli sono rimaste vicine quando tutto sembrava finito e anche i suoi discepoli più intimi lo avevano abbandonato e stavano organizzando il ritorno a casa?”, ha chiesto padre Cantalamessa.

Per amore; hanno seguito Gesù per Lui stesso, per gratitudine, “non per la speranza di far carriera al suo seguito”; lo seguivano per servirlo; “erano le uniche, dopo Maria la Madre, ad avere assimilato lo spirito del vangelo. Avevano seguito le ragioni del cuore e queste non le avevano ingannate”.

Per questo motivo, il predicatore del Papa ha lanciato un avvertimento: la nostra civiltà “ha bisogno di un cuore perché l’uomo possa sopravvivere in essa, senza disumanizzarsi del tutto”; deve dare “più spazio alle ‘ragioni del cuore’” per evitare un’altra “era glaciale”.

Al giorno d’oggi, si constata una grande avidità di aumentare le conoscenze, ma molto poca di aumentare la capacità di amare, e questo ha la sua spiegazione, ha avvertito il cappuccino: “la conoscenza si traduce automaticamente in potere, l’amore in servizio”.

C’è però bisogno di “un’era del cuore, della compassione”; “da ogni parte emerge l’esigenza di dare più spazio alla donna”: “una volta redenta da lui e ‘liberata’, sul piano umano, da antiche discriminazioni, essa può contribuire a salvare la nostra società da alcuni mali inveterati che la minacciano: violenza, volontà di potenza, aridità spirituale, disprezzo della vita…”, ha proseguito padre Cantalamessa.

Non basta, quindi, “ammirare e onorare”, le “pie donne”: bisogna anche imitarle, ha sottolineato, e lo fanno “le tante donne, religiose e laiche, che stanno oggi a fianco dei poveri, dei malati di AIDS, dei carcerati, dei reietti d’ogni specie della società”.

“Ad esse – credenti o non credenti – Cristo ripete: ‘L’avete fatto a me’”, ha sottolineato.

“Non solo per il ruolo svolto nella passione, ma anche per quello svolto nella risurrezione le pie donne sono di esempio alle donne cristiane di oggi”. La mattina di Pasqua Gesù ha detto loro: “Andate ed annunziate ai miei fratelli che vadano in Galilea e là mi vedranno”.

“Con queste parole le costituiva prime testimoni della risurrezione, ‘maestre dei maestri’ come le chiama un autore antico”, o “apostola degli apostoli”, ha sottolineato il predicatore del Papa alludendo a Maria Maddalena.

“Donne cristiane – ha chiesto –, continuate a portare ai successori degli apostoli e a noi sacerdoti loro collaboratori il lieto annuncio: ‘Il Maestro è vivo! E’ risorto! Vi precede in Galilea, cioè dovunque andiate!’”.

“Insieme con tutte le donne di buona volontà, voi siete la speranza di un mondo più umano”, ha concluso.